Correva l’anno 1343, Giovanni Petrarca si trovava ad Avignone al tempo della cosiddetta “cattività avignonese della Chiesa”. Ebbe un delicato incarico diplomatico: recarsi presso la corte di Napoli per seguire alcune vicende relative alla successione al trono angioino. Dopo un tentativo di intraprendere via mare il viaggio da Nizza, a metà Settembre, a causa di una violenta tempesta, decise di proseguire via terra da Porto Maurizio, a cavallo, con un suo servitore.
Seguendo la via genovese arrivò nelle terre lunensi mentre era in corso una guerra tra Luchino Visconti e la Repubblica di Pisa. I due eserciti si fronteggiavano lungo una frontiera mobile con piazzeforti Motrone (porto presso Pietrasanta) presidiato dai pisani, ed Avenza occupata dai milanesi. A causa degli eventi bellici non riuscì a proseguire, per cui fu costretto a tornare indietro, imbarcarsi a Lerici e, aggirando i belligeranti sul mare, sbarcare a Motrone prima di proseguire per Pisa, Siena, Perugia, Todi, Narni, Roma e infine Napoli.
Il fatto è ricordato nella raccolta intitolata “Lettere familiari” (“rerum familiarum libri” scritta in latino) descrivendo i luoghi e i fatti: “..haud procul Laventia exercitus ambo constiterant…”, che si riporta in italiano:
“non lontano da Avenza si erano accampati entrambi gli eserciti, il tiranno era molto furente contro i pisani che difendevano con tutta la forza il loro Motrone, sono stato costretto ad affidarmi al mare di nuovo, presso Lerici: e quindi vidi il Corvo, grande scoglio così chiamato per il colore, e la rupe candida (Punta Bianca) , la foce del Magra e Luni, un tempo famosa e potente, oggi nudo e vano nome, pernottai proprio presso Motrone nel campo dei pisani”.
Questa disavventura gli rimase impressa tanto che nel 1358 ne scrisse di nuovo nell’ “Itinerarium Syriacum” laddove indicava ad un signore di Milano, Giovanni Mandelli, le tappe del viaggio per la Terra Santa. Tralasciando il tratto da Milano a Genova, dato per noto, descrive il cammino ligure soffermandosi specialmente sulle ultime propaggini, con più particolari che nel primo scritto (così tradotto dal latino):
“… il Corvo, le foci del Magra, che divide le popolazioni marittime della Liguria e dell’Etruria, sulla cui riva sinistra sono le rovine di Luni. Da qui mentre le alture cominciano a declinare, la costa si fa più piatta e senza scogli, gli approdi sono poco frequenti, le città fortificate sono lontane sulle colline, la plaga marina è inospitale; poco lontano discosta dal litorale è Sarzana, città nuova e frequentata, quindi l’oscuro borgo di Avenza e, oltre, il fiume Frigido di nome e di fatto, lucente di acque e di sabbie che si getta in mare presso Massa, terra molto amena”
(il che fa dedurre che almeno fino al Frigido ci sia arrivato, prima di essere costretto a tornare indietro).
Nel testo latino la citazione di Avenza, “inde Laventia vicus ignobilis”, si presta a varie interpretazioni, alcuni hanno tradotto poco elegantemente “orribile borgo di Avenza”, altri più letteralmente “borgo ignobile” ma associandolo al fatto contingente che, occupato da soldataglia per lo scontro in corso, gli apparve pieno di avventurieri e prostitute fiore del male all’ombra di ogni guerra, altri ancora “oscuro borgo” cioè ignobilis nel senso di poco noto, o non di origini nobili. Tuttavia esiste una versione in volgare che ha tradotto “vico nobile” e, non per partigianeria, vi è motivo che sia questa la versione corretta.
Infatti il testo latino che ci è pervenuto non è autografo ma trascritto dall’umanista Francesco Barbaro, che potrebbe essere incappato in un refuso, inoltre fonti archivistiche lucchesi (San Frediano e fondo Arnolfini) ci dicono che all’epoca Avenza aveva ben due palazzi nobiliari, quello del Vescovo di Luni e quello di Castruccio Castracani (demoliti nel XVI secolo) oltre a una chiesa, una rocca, una cinta muraria; quale altro “vicus” aveva tutti questi edifici tanto da poter essere definito “vico nobile”?
Ma veniamo ad un’altra traccia nel territorio carrarese: la casa Repetti di via Santa Maria, con bassorilievi medievali in facciata, è oggetto di una leggenda per cui Petrarca, al tempo del suo tormentato passaggio, vi avrebbe pernottato. Non tutti gli storici ritengono attendibile la notizia per vari motivi: Egli descrive minuziosamente tutti i luoghi importanti, perché non lo avrebbe fatto per Carrara invece di tacerla? Fu proprio Repetti a non prendere in considerazione l’ipotesi, anche se avrebbe potuto vantarsi di avere vissuto nella casa del Petrarca.
Carrara era sotto occupazione viscontea, una della parti in conflitto, per cui diplomaticamente era meglio evitare la sosta. Tuttavia a titolo di curiosità, va ricordato che, nel 1585 (da “le riformagioni”), il comune avrebbe voluto comprare la “casa del Petrarca” per avere più spazi per la Casa Comunale confinante ma, non è chiaro, né se fosse una coincidenza col nome del proprietario di allora (infatti si legge nella lettera dei Protettori “posta in vendita dal Petrarca”), né l’ubicazione, visto che il comune, nel XIV secolo, era in piazza del Duomo non confinante con l’attuale casa Repetti. Scherzi della storia.