Nel periodo nel quale ha vissuto l’Homo Sapiens, il tempo era ritmato dal nascere delle albe, dal morire dei tramonti, dal moto apparente del sole e anche della luna. Il ciclo naturale degli esseri umani e quello del creato erano in completa consonanza. L’uomo aveva la percezione di avere dentro di sé un misuratore biologico del tempo, il quale oggi verrebbe definito senza ombra di dubbio orologio naturale. In una certa maniera quindi l’orologio, il misuratore del tempo per eccellenza, era dentro di noi.
Evidentemente, a un certo punto della storia umana questo non era più sufficiente, era nata l’esigenza di poter misurare il tempo per mezzo degli strumenti quali meridiane, clessidre, orologi ad acqua, orologi meccanici, fino ad arrivare ai moderni orologi che sono presenti sia sui computer che sui cellulari. Possiamo quindi affermare che il tempo è un’invenzione, o per meglio dire una convenzione umana, nata da questa nuova esigenza, misurare la dimensione temporale (fissità, successione, simultaneità, durata), rispetto alla quale misurare le proprie azioni.
Nell’uso quotidiano, nella misurazione del tempo si ricorre a ordini di grandezza relativamente limitati, le frazioni del giorno “ore, minuti, secondi”, oppure del mese “giorni, settimane” questo per poter organizzare al meglio le nostre cose da fare, prendere impegni, ricordare un certo appuntamento, così da non creare confusione tra ciò che abbiamo fatto “anteriorità”, ciò che si fa “ contemporaneità” e quello che si ha intenzione di fare “posteriorità”.
Noi facciamo parte di quello che viene definito Mondo Occidentale, abbiamo affidato la computazione della sequenza cronologica del tempo, alla nascita di Cristo, convenzionalmente posta in un anno -zero- le date successive a questo zero vengono indicate come dopo Cristo, e si calcolano in ordine crescente ( 14 d.C. – 15 d. C. ecc.) quelle che lo precedono, con la definizione Avanti Cristo e si calcolano in ordine decrescente. Parallelamente a queste evoluzioni tecnologiche, ogni comunità parlante ha dato vita ad una terminologia dialettale parallela all’Italiano, riferita al tempo e alle sue frazioni, compresi gli strumenti atti a misurarlo.
A Carrara il lavoro del marmo ha dominato e domina ancora la vita di tantissimi lavoratori ed ha influenzato notevolmente il linguaggio, compresa la fraseologia riferita al tempo.
Le varie fasi della giornata nel dialetto carrarino
Per esprimere il concetto di “ in questo momento” fin dal Medioevo in sostituzione del latino NUNC, che non si è conservato in nessuna delle lingue romanze, in Italia si ebbero vari esiti; tre sono i più importanti, con molte varianti nei vari dialetti, sono gli avverbi ora, adesso e mo.
Ora dal latino (H)ŌRA o (H)Ā (H)ŌRĀ diffuso in Toscana ed anche in certe zone della Sicilia, mentre adesso dalla locuzione latina ADǏPSU(M) {TEMPUS} proprio dell’area settentrionale, e mó o mo, derivato dal latino MŎDO o MŌDO presente sopratutto al sud, ma anche al nord e molto radicato nell’area carrarese. Ci fa piacere sapere che anche Dante, nella sua Divina Commedia, ha utilizzato inseme a ora e adesso anche la forma mo.
Mó – Adesso-Ora
Bonóra – ora di inizio del lavoro anticipato rispetto al normale orario di lavoro
Bonóra Bóna – iniziava un’ora prima della Bonóra
Far ór d’ òmi – nel linguaggio delle cave, venir via dal lavoro più tardi dell’orario normale
Sópr’séra – lavoro in più eseguito dopo la normale giornata lavorativa
Vóta pignate – circa le 12 in città, quando i lavoratori più vicini alle abitazioni si recavano velocemente a casa per il pranzo
A d’è sonát ‘l mugnón – In riferimento alla sirena degli Studi del marmo che annunciava l’entrata al lavoro, l’ora del pranzo e l’uscita dal lavoro; in città i due Mugnón più conosciuti erano quelli di Walton (poi Forti) e quello della Figaia e Dell’Amico
Matina prèst – circa le 6-7
Matinata – 9-11
Far la matinata – termine di derivazione contadina – uscire di casa per andare a lavorare nelle vigne o nei campi alle prime luci dell’alba, per smettere verso le 9 quando il caldo del sole diventava fiamma viva
Far d’óra d’l pastór – riferito al tempo, quando nelle giornate di pioggia, per un breve periodo appare il sole e concede un po di respiro
Dóp pranz – il periodo che va dalle 12 alle 16
Ora d’ marénda – Circa le 16
Vèrs séra – dalle 18 alle 19
Ora d’ zéna – al tempo era scandita dal ritorno dal lavoro, dopo essersi lavati, gli uomini cenavano, quasi sempre molto presto
Ora d’ ‘ndár ‘n lèt – 20-20,30
Far la nòta – passare la notte in segheria badando ai telai, oppure in cava badando al taglio del blocco fatto con il filo elicoidale, anche i fornai erano contemplati nel termine “i fév’n la nòta ‘ntl fórn”
Far nòtata – Di solito riferito a chi passava la notte al capezzale di un malato, oppure chi, a causa di un malanno, aveva passato la notte insonne
‘Ndár ‘n lèt cón le gadine – detto di chi andava a letto prestissimo
Ès’r a cul drit – detto di chi si alzava troppo presto
Avér le pulze ‘ntl lèt – detto a chi si alzava prestissimo
Durmír pu d’l sacón – detto di chi dormiva per un tempo assai lungo; ‘l sacón era il sacco che fungeva da materasso, dove si mettevano i cartocci, “cartòzi” del granturco, oppure l’erba secca
Da stèda a Stèda – I cavatori partivano con il buio, quando ancora brillavano le stelle nel cielo e tornavano a casa quando le stelle cominciavano ad apparire di nuovo la sera
A i ‘n vó d’ acqua e réna – Si dice ancora oggi riferito a un lavoro che richiede lungo tempo e pazienza. Il detto è nato dall’ osservazione della segagione manuale dei blocchi di marmo, che richiedeva oltre a forza, tanta pazienza e una notevole quantità di acqua e sabbia
Ora bruʃata – al limite del tempo
Far un lavór a ténp pèrs – lavorare nei momenti di pausa della giornata, quando non si ha null’altro da fare
La Lun’diana – Era prassi non lavorare il Lunedì, spesso per smaltire le sbornie del sabato e della domenica, unico mezzo per alleviare la fatica, i sacrifici e le ingiustizie sociali. Si diceva: Chi n’ fa la Lun’diana i è fiól d’ na putana
Rif’riti al ténp
Ténp balúʃ – tempo incerto
‘L ténp i s’è guast – il tempo da bello diventa brutto
‘L tènp i ‘nbròi – il tempo volge al brutto
‘L ténp i s’ ar’mét – il tempo torna bello
F’nír ‘l ténp – Compiere il tempo della gravidanza
S’ntír ‘l ténp – Esser irritabile
Avér ‘l ténp adòs – Essere molto stanchi e svogliati
A són a ténp a far….- Ho ancora tempo disponibile
A ténp ténp – giusto in tempo
A ténp a ténp cóme d’acqua d’agóst – detto di ciò che arriva a proposito
A i ténpi d’una vòlta – nel passato, sentito come molto lontano
A i ténpi d’ Carlo Cod’ga – riferito a un tempo lontanissimo
A i è ténp ai fichi padón – c’è ancora tanto tempo da aspettare
Tuti i ténpi i vègn’n basta asp’tárli – il tempo opportuno verrà, per chi ha la pazienza di attenderlo
‘L ténp i é galantòm – il tempo alla fine ristabilisce la verità, ripara i torti, medica ogni ferita
‘N tenp d’ guèra pu buʃie che tèra – in tempo di guerra le bugie si moltiplicano ma la terra da coltivare non cambia
A pagár e a murír a s’è sénpr a ténp – si aspetta sempre il più possibile per pagare un debito, e ancor di più, tutti vorrebbero rimandare l’ora della morte
Cól ténp e la paia al matur’n le nèsp’le – metafora che ci vuol dire come solo con l’attesa e il trascorrere del tempo, alcune situazioni giungono al giusto livello di maturazione
Se ‘l ténp i è fat a pan, se a n’ pióv òʒi al pióv domán – se il tempo (le nuvole) sono fatte a pane, se non piove oggi piove domani
A l’è ténp anc a ca di frati – si dice quando ci si rende conto di aver approfittato della pazienza altrui
Non far a ténp – non riuscire a fare quanto stabilito nei tempi giusti
I èn ténpi crudi la móia al va d’ scalza e i fioli nudi – sono tempi difficili
I ha d’l bón ténp – ha tempo da perdere
‘Ndár ‘n ʒòrnata – andare a lavorare nei terreni saltuariamente
Al ténp d’Isaca quand i bó i cagáv’n a vaca – riferito a un tempo arcaico
Ai mé ténpi – quando ero giovane